


joseph marti viene dalle

quando petr vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. sa che l`esercito sta richiamando i riservisti. il 29 aprile, a salisburgo, nel loro ennesimo incontro hitler e mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla russia dev`essere "immane, tremendo e definitivo>. vavilov guarda gia` con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: <...senti`, non con la mente ne` col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di cio` che amava e voleva. provo` l`orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive piu` o meno alte e frondose per sua volonta`, ma perche` spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell`acqua>. e il fiume della storia, che sta per esondare e che travolgera` tutto e tutti: lui, vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli saposnikov - raccolta in un appartamento a stalingrado per quella che potrebbe essere la loro


«Concupiscenza libraria» ce lo ha confermato: la recensione, «minimo mostriciattolo», può trasformarsi in una magnifica narrazione che ha come personaggi «le parole di un libro», in letteratura sulla letteratura o, se vogliamo, in uno specifico genere letterario, magari ambiguo, arbitrario, «impuro», persino irresponsabile, ma capace di svelare quell’«immagine segreta», quello «strato sotterraneo» in cui risiede la grandezza di un libro.


bastarono poche stagioni di frenesia creativa, prima della morte a venticinque anni, per fare di john keats il poeta romantico per eccellenza: un giovane in continuo fermento e in costante trasformazione, immerso nel labirinto del proprio tirocinio poetico, con una mente assetata di grandezza e bellezza, logorata da un inafferrabile languore esistenziale e sempre pronta all`intuizione folgorante. ma chi era il vero john keats? per scoprire la fisionomia che si celava dietro la maschera dei versi, indispensabile e` il suo esuberante epistolario, crogiolo di prosa e versi estemporanei, idee filosofiche e teorie poetiche, in cui keats riversa sogni, speranze, delusioni, paure, frustrazioni, amori e gelosie, con irreprimibile spontaneita`. dal tono scanzonato del diario di viaggio nel nord dell`inghilterra e in scozia alle note ardenti e tormentose della corrispondenza con fanny brawne, dalle lunghe missive affettuose al fratello george e alla cognata oltreoceano a quelle briose e colloquiali indirizzate a gli amici piu` cari e a poeti come hunt e shelley: sempre affiora e si espande una personalita` complessa e insofferente, spesso geniale - e votata all`infinito:

da gottfried benn, che ha sempre scompaginato tutte le categorie, e che ha bollato l`io come

emersa dalla tradizione orale dei sumeri nel terzo millennio a.c., e tramandata per migliaia di anni da molti popoli del vicino oriente su tavolette d`argilla scritte in caratteri cuneiformi, l`epopea di gilgamesh si pone alle origini stesse della letteratura mondiale. re di uruk, gilgamesh e` infatti il primo eroe a partire in cerca di avventure, a uccidere mostri, sfidare gli de`i, viaggiare ai confini della terra deciso a conquistarsi con le sue gesta un nome imperituro. ma quando la morte gli strappa enkidu, il compagno per eccellenza, gilgamesh, atterrito e ormai solo, affronta l`impresa che travalica ogni altra: la ricerca del segreto della vita eterna - un segreto che solo utnapishtim, l`unico sopravvissuto al diluvio universale, puo` insegnargli. fara` infine ritorno a uruk a mani vuote, ma ricco di una nuova consapevolezza: la morte e` il destino ineluttabile che gli de`i hanno assegnato all`uomo, e nel godimento di questa vita effimera risiede la sua sola saggezza.

w. somerset maugham comincio` a tenere un taccuino nel 1892, a diciotto anni. e per quasi un cinquantennio continuo` poi a riempire di


la stesura della gran bevuta, piu` volte interrotta e ripresa, occupo` daumal fra il 1932 e il 1938. in principio daumal si proponeva di mettere satiricamente in scena le esperienze con il gruppo del


ci sono scrittori cosi` affascinanti, ha notato manganelli, che riescono a cambiarti l`umore: scrittori come singer, capace di creare personaggi simili a

pubblicati nel 1947, i "dialoghi con leuco`" appartengono alla singolare categoria dei libri tanto famosi - pavese li volle accanto a se` quando, nella notte fra il 26 e il 27 agosto 1950, scelse di morire e vi annoto` come parole di congedo

ogni mattina, da tutte le case prospicienti la spiaggia denominata, quasi fosse un presagio, le coup de vague (alla lettera:

nel 1647, al crepuscolo del siglo de oro, appare a huesca, nell`aragona, un sottile libro in-12?, opera di un lorenzo gracian dietro al quale si celava un teologo gesuita dalla solida fama di scrittore, baltasar gracian. nessuno poteva prevedere che quei trecento aforismi avrebbero esercitato in europa - grazie soprattutto alla traduzione-travisamento di amelot de la houssaie, dedicata a luigi xiv nel 1684 - un`influenza immensa, sino a diventare un classico dell`educazione del gentiluomo, amato da schopenhauer (che volle tradurlo) e apprezzato da nietzsche. ma che cos`era in realta` l`oracolo manuale (cioe` `maneggevole, di facile consultazione`)? per capirlo, non abbiamo che da affidarci a marc fumaroli, il quale, in un illuminante saggio, ci rivela come l`oracolo, trasformato da amelot in una collezione di tattiche mondane, fosse qualcosa di infinitamente piu` audace e innovativo. fondandosi sulla lezione della saggezza antica e sull`umanesimo teologico della compagnia - sulla fiducia, dunque, nella cooperazione della natura e della grazia -, in opposizione al rigorismo giansenista, con quel libretto dallo stile conciso e concentratissimo gracian intendeva infatti offrire alle grandi anime libere un viatico per affrontare vittoriosamente i pericoli e le insidie di un mondo degradato - e per imprimere il loro marchio nella vita politica e civile. non una regola, dunque, ma uno stile, sorretto dalla conoscenza di se` e degli uomini non meno che dall`eleganza delle maniere e dal gusto raffinato, dal sapere enciclopedico e dalla solidita` del giudizio, dalla docilita` della volonta` e dalla piu` calibrata riservatezza.

in quel tempo remoto gli de`i si erano stancati degli uomini, che facevano troppo chiasso, disturbando il loro sonno, e decisero di scatenare il diluvio per eliminarli. ma uno di loro, ea, dio delle acque dolci sotterranee, non era d`accordo e consiglio` a un suo protetto, utnapishtim, di costruire un battello cubico dove ospitare uomini e animali. cosi` utnapishtim salvo` i viventi dal diluvio. il sovrano degli de`i, enlil, invece di punire utnapishtim per la sua disobbedienza, gli concesse una vita senza fine, nell`isola di dilmun. il nome utnapishtim significa

se si eccettuano api e formiche - che ammiriamo per la loro operosita` e organizzazione, ma teniamo comunque alla larga - gli insetti, questi esseri con cui da sempre condividiamo il pianeta, restano per noi degli estranei, il piu` delle volte fastidiosi e ripugnanti. eppure, per cambiare il nostro sguardo su di loro, basterebbe aprire a caso una pagina dei ricordi di fabre. quest`opera, che ha aperto la strada a un nuovo modo di intendere lo studio del mondo animale (sino allora relegato dietro le quinte di un museo di storia naturale), e` attraversata da una felicita` narrativa difficilmente eguagliabile in una trattazione scientifica, e ancora oggi resta uno di quei rari libri che riescono a trasmettere a qualsiasi lettore la passione verso l`oggetto di cui parlano. perche` fabre era prima di tutto uno scrittore, e nella sua prosa ogni esemplare delle infinite specie da lui osservate - descritto con millimetrica precisione nel corpo e nell`agire - puo` trasformarsi nel protagonista di un racconto di avventura, a tratti esilarante, che non svela il suo disegno sino alla fine.

Corpulento, teatrale, sfrontato, gli occhi che sembrano trapassare l’interlocutore, Oliver Haddo ha l’aria di «un prete sensuale, malvagio». Conosce come pochi la letteratura alchemica e la magia nera, si definisce Fratello dell’Ombra ed è ossessionato dal desiderio di vedere «una sostanza inerte prendere vita» grazie ai suoi incantesimi – dal desiderio «di essere come Dio». Arthur Burdon, il brillante chirurgo che lo incontra a Parigi, non ha dubbi: è uno spregevole ciarlatano, un impostore, forse un pazzo. Ma quando Margaret, la giovane dalla bellezza perfetta che sta per sposare, e che per il mago provava all’inizio un violento disgusto, comincia a esserne morbosamente attratta – come se «nel suo cuore fosse stata seminata una pianta infestante, che insinuava i lunghi tentacoli velenosi in ogni arteria» – e fugge con lui in Inghilterra, comprende che dovrà misurarsi con forze immani, di cui sinora ha voluto ignorare l’esistenza. Dalla sua parte si schiereranno il dottor Porhoe?t, appassionato di alchimia, e la fedele amica e protettrice di Margaret, Susie, ma lo scontro – che Maugham trasforma in una spirale di irresistibile tensione – sarà aspro, tenebroso, lacerante: perché il male che il pragmatico dottor Burdon dovrà combattere è in fondo un’oscura «fame dell’anima», fame di una vita infinitamente viva, di rischiose avventure, di conoscenza soprannaturale e di ignota bellezza.

Con "Il signore di San Francisco" ha inizio la pubblicazione, incentrata sui temi dell'amore e della morte, dei racconti di Ivan Bunin, narratore e poeta russo ingiustamente negletto e distrattamente ricordato unicamente in quanto primo scrittore russo a vincere il premio Nobel per la letteratura, nel 1933

lettore accanito e onnivoro, manganelli comincia assai presto a scrivere di libri, nel 1946, e nel giro di qualche anno la recensione si trasforma nelle sue mani in un vero e proprio genere letterario che esige uno scrittore, capace non tanto di giudizio - compito



l`amicizia fra benjamin e scholem spicca, nel novecento, come una tra le piu` affascinanti e vitali. e quando nel 1980 scholem pubblica questo carteggio, che copre gli ultimi otto anni della vita di benjamin, vuole rendere giustizia a un rapporto complesso e non privo di contrasti, ma improntato a una profonda fedelta`. grande studioso della qabbalah e della mistica ebraica, scholem e`, nel 1932, gia` da tempo in palestina e ormai a un passo dalla cattedra; la vita di benjamin, cabbalista in incognito e profondo innovatore del pensiero, attraversa invece la sua fase piu` tormentata: ospite di volta in volta a ibiza, parigi, sanremo e in danimarca, e` costantemente alla ricerca di una base di sussistenza. tra i due, fortemente segnati dalla formazione nella berlino di inizio secolo e subito attratti dalle ricerche l`uno dell`altro, si sviluppa un confronto incessante che investe l`attualita` politica, i libri letti, le comuni conoscenze (da buber a bloch, da brecht ai francofortesi), e che trova il suo fulcro nei densissimi scambi a proposito di kafka. un dialogo a distanza - se si esclude il breve incontro parigino dell`inverno del 1938 - e non di rado drammatico, intessuto com`e` anche di malintesi, puntute allusioni, eloquenti silenzi, ma che resta una prova convincente delle parole con cui benjamin defini` il suo rapporto con scholem:

nei dodici canti finali delle dionisiache - summa abbagliante del mito greco e nel contempo dei molti modi poetici, dall`epico all`erotico all`elegiaco, di quella civilta` - nonno trascina il lettore alternando sapientemente toni, motivi e atmosfere esotiche. l`immane carneficina esito dei sei anni della guerra indiana esige che i comandanti sospendano le ostilita` per onorare i morti - e la descrizione dei giochi funebri celebrati per commemorare ofelte diventa l`occasione per una virtuosistica gara con il modello omerico. esperto nell`arte del differimento, nonno ne rinvia ulteriormente l`inevitabile conclusione inserendo come vertiginoso intermezzo l`episodio di fetonte, precipitato dal cielo per aver osato guidare il carro del sole. sconfitto il re degli indiani deriade in duello, dioniso giunge prima in libano, terra del suo avo cadmo, e poi a tebe, sua citta` natale. ma una nuova serie di avventure lo portera` in altri luoghi della grecia e in frigia, dove, unitosi ad aura, dara` vita alla sua terza incarnazione, iacco, il cui avvento lo libera da ogni responsabilita` verso gli uomini -e consente a nonno di chiudere il poema conducendo il suo eroe, divinizzato, sull`olimpo. la letteratura epica greca si apre con omero e si chiude con nonno, sommo poeta che visse nelle estreme propaggini del mondo pagano (v secolo d.c.) e per secoli venne dimenticato. con questo quarto volume - corredato di un saggio introduttivo, di un commento e di un indice analitico relativo all`intero testo delle dionisiache - si conclude l`opera avviata da dario del corno nel 1997. i primi tre volumi sono apparsi presso adelphi fra il 1997 e il 2005.

da puskin a mandel`stam a brodskij, la letteratura russa ha continuato a sognare, evocare, scoprire l`italia. e nessuno meglio di pavel muratov - che vi giunge nel 1907, subito avvertendo un

sono passati quasi cinque secoli da quando e` apparso questo inusitato, sconcertante romanzo, eppure lo stupore che proviamo nel leggerlo e` lo stesso di allora. l`identita` del suo autore resta avvolta nel mistero, ma una cosa e` certa: nessuno prima di lui aveva mai osato tanto. nessuno aveva avuto l`audacia di demolire tutti i modelli tradizionali e di trasformare il figlio di un mugnaio, lazaro de tormes, e la sua miseranda realta` quotidiana in materia di romanzo. ed e` lazaro, per di piu`, a raccontarci in prima persona, con esplosiva verve, le indiavolate peripezie che ha passato prima di conquistare un posto nella pubblica amministrazione e l`agognato benessere. rimasto orfano di padre, apprendiamo, e` entrato al servizio di un astuto cieco, tanto abile nello spillare quattrini come guaritore quanto avaro, meschino e manesco. e a questa dura scuola che ha imparato a padroneggiare il gergo e i trucchi della malavita, e a non lasciarsi sopraffare, benche` sempre piu` smunto e sfinito, dai padroni che si sarebbero succeduti: fra i quali spiccano, indimenticabili, un chierico che pare concentrare in se` < tutta la pitoccheria del mondo >, un hidalgo che maschera dietro un`aria pomposa e soddisfatta la piu` nera miseria, e un impudente, ingegnosissimo spacciatore di indulgenze. peripezie che danno vita a un racconto ameno, pieno di grazia, < a una meraviglia di humour e di umanita`, a un torrente d`ingegno e di ironia benevola non meno che implacabile > (f. rico) : e che ci invitano ancor oggi ad abbandonarci al puro piacere della lettura. curata dal maggior studioso del siglo de oro, questa nuova edizione propone un sorvegliatissimo apparato di note, che illustra citazioni, riferimenti, usi e `realia` non ovvi per il lettore comune, e, in appendice, il testo critico spagnolo stabilito dallo stesso francisco rico.

questo libro racconta una storia che comincia prima di adamo e finisce dopo di noi, attraversando la bibbia da capo a fondo, come un mondo a se`. dove un uomo, che si chiamava saul, puo` diventare il primo re di un popolo perche` il padre lo aveva mandato a cercare certe asine smarrite. dove la regina di un remoto regno africano guida per tre anni una carovana foltissima, composta da giovani e giovanette vestiti di porpora, nonche` da animali e spezie in quantita`, per rispondere all`invito del re di gerusalemme e porgli alcune domande. e dove un altro uomo, che si chiamava abramo, udi` queste parole da una voce divina:


Nell'Inghilterra vittoriana sukey Bond, appena uscita dall'orfanotrofio, viene mandata a servizio in una fattoria dell'Essex. Nulla di meno fiabesco, verrebbe da pensare. Eppure la scrittura obliqua e onirica di Sylvia Townsend Warner ci fa vivere, in questo romanzo, una delle più enigmatiche ed emozionanti storie d'amore che sia dato leggere, ispirata ad Amore e Psiche. Perché nella fattoria lavora un giovane bellissimo ed elusivo, che nei loro rari, furtivi incontri guarda Sukey «con un'espressione di splendente trionfo». Tutti dicono che è «un idiota», ma Sukey lo vede solo «ilare e candido», nella consapevolezza che lei, e solo lei, potrà renderlo felice. E quando Eric verrà rapito, Sukey capirà che il suo futuro non è più «una regione inesplorata fatta di nuvole», e andrà a cercarlo con infinita determinazione: innumerevoli saranno le sue peripezie, al termine delle quali ritroveremo, miracolosamente, la fiducia nell'impossibile.

edgar degas era schivo, taciturno, intransigente. e molto solo, perche` solo, e isolato (soprattutto dagli artisti suoi contemporanei) voleva essere. frequentava pochissimi amici, andava in pochissime case. una di queste fu, per vent`anni, quella degli hale`vy: tra il 1877 e il 1897 rari erano i giorni in cui non pranzasse o cenasse da loro, perche` li` si sentiva accolto, e finanche protetto, da quello

nel giro di pochi giorni, nel marzo del 1927, un furto di denaro e gioielli ai danni di una svaporata e fantasiosa vedova, la contessa menegazzi, e poi l`omicidio della ricca, splendida e malinconica liliana balducci, sgozzata con ferocia inaudita, incrinano la decorosa quiete di un grigio palazzo abitato da pescecani, in via merulana, come se una

il mito di diana e atteone ha avuto sempre qualcosa di decisivo da dire agli uomini, e nelle sue numerose versioni - cosi` come nelle rappresentazioni pittoriche, da tiziano a rembrandt - ha sedotto le piu` grandi menti del pensiero e della letteratura occidentali. in questo libro, a meta` tra il saggio e la favola, tra l`excursus erudito e la

donna dall`eccentricita` indomabile, leonora carrington fu una delle

alle soglie del 1666 si diffuse in polonia la notizia che per gli ebrei la fine dell`esilio era imminente: un uomo chiamato shabbatay tzevi si era rivelato come il messia, e presto una

blaise cendrars e` stato definito

knud rasmussen e` stato l`etnografo ed esploratore a cui dobbiamo i materiali piu` preziosi sugli inuit e altre popolazioni dell`estremo nord. durante la v spedizione thule, fra il 1921 e il 1924, rasmussen conobbe lo sciamano aua e stabili` con lui un contatto che gli permise di raccogliere la sua testimonianza. come alce nero per neihardt, come ogotemmeli per griaule, aua e` diventato la voce di una remota sapienza, qui esposta con straordinaria immediatezza attraverso episodi della sua vita. chi incontri aua lo ricordera` per sempre come una guida alle potenze dell`invisibile.

apparso negli stati uniti nel 1996, questo libro raccoglie la sfida estrema di un grande poeta: testi stesi direttamente in inglese, altri autotradotti dal russo. un trasloco del poetabile, la verifica di un intero arsenale verbale e musicale alla prova di un`altra grammatica, di un diverso

tra le accuse infamanti rivolte ai cavalieri templari nel corso del processo a loro intentato dall`inquisizione nei primi anni del trecento c`erano quelle di sodomia, eresia e idolatria; veneravano, si disse (e li si costrinse a confessare sotto tortura), un idolo oscuramente legato alla tradizione gnostica e a pratiche alchemiche, nonche` alla simbologia del graal e al femminino sacro: il bafometto. da allora, questa figura alata e munita di corna, dai tratti somatici bestiali e androgini (il cui nome ha un`origine quanto mai incerta), e` stata ripresa, usata e sfruttata da occultisti di ogni tipo e, come le storie dei templari in genere, ha dato origine a una proliferante letteratura romanzesca. agli antipodi di tutto cio`, klossowski ci regala, con l`ultimo romanzo da lui scritto, un`opera che e` un azzardo visionario, dove i personaggi, prima ancora di avere un nome, sono

avviare un`impresa editoriale implica, da sempre, una buona dose di coraggio. ma nel caso di aldo manuzio, che nel 1495 si propone di stampare libri greci guardando oltre i ristretti confini dell`italia, sarebbe meglio parlare di temerarieta`. il suo rivoluzionario disegno comportava infatti difficolta` tali da scoraggiare chiunque, giacche` esigeva, oltre che un fiuto fuori del comune, collaboratori di prim`ordine e con competenze linguistiche per quell`epoca rare - persino a venezia, dove pure viveva una florida colonia greca; e manoscritti, non meno rari, su cui fondare le edizioni; e incisori di eccezionale abilita` tecnica, capaci di creare tipi che gareggiassero con la grafia dei piu` eleganti copisti. senza contare la difficolta` forse maggiore: il numero, inevitabilmente ristretto, dei possibili acquirenti. ma di fronte a questi scogli manuzio non arretra: e vara il suo programma editoriale con la grammatica greca di costantino lascaris, procuratagli da uno scout d`eccezione, pietro bembo. altre meraviglie seguiranno: dalla prima, monumentale edizione di aristotele a sofocle - proposto nel 1502 nel nuovo formato (i cosiddetti libelli portatiles) con cui ormai da un anno aveva genialmente ampliato il suo pubblico -, da tucidide ed erodoto a euripide, omero e platone. nei vent`anni della sua attivita` manuzio riuscira` a imporre non soltanto un modello di editoria ammirato in tutta europa, ma un modo nuovo di accedere ai testi, svolgendo cosi` un ruolo che era stato sino ad allora prerogativa dei grandi maestri della letteratura e della filologia.

turisti, terroristi, secolaristi, hacker, fondamentalisti, transumanisti, algoritmici: sono tutte tribu` che abitano e agitano "l`innominabile attuale". mondo sfuggente come mai prima, che sembra ignorare il suo passato, ma subito si illumina appena si profilano altri anni, quel periodo fra il 1933 e il 1945 in cui il mondo stesso aveva compiuto un tentativo, parzialmente riuscito, di autoannientamento. quel che venne dopo era informe, grezzo e strapotente. nel nuovo millennio, e` informe, grezzo e sempre piu` potente. auden intitolo` "l`eta` dell`ansia" un poemetto a piu` voci ambientato in un bar a new york verso la fine della guerra. oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un`altra valle. l`ansia non manca, ma non prevale. cio` che prevale e` l`inconsistenza, una inconsistenza assassina. e l`eta` dell`inconsistenza.

a lukones, in una villa isolata, una madre e un figlio si fronteggiano. lui, don gonzalo, che le dicerie vogliono iracondo, vorace, crudele e avarissimo, e` divorato da un male oscuro, quello che

il libro piu` importante della sua vita, canetti lo porto` sempre dentro di se` ma non lo compose mai. per cinquant`anni procrastino` il momento di ordinare in un testo articolato i numerosissimi appunti che, nel dialogo costante con i contemporanei, con i grandi del passato e con i propri lutti familiari, andava prendendo giorno dopo giorno su uno dei temi cardine della sua opera: la battaglia contro la morte, contro la violenza del potere che afferma se stesso annientando gli altri, contro dio che ha inventato la morte, contro l`uomo che uccide e ama la guerra. una battaglia che era un costante tentativo di salvare i morti - almeno per qualche tempo ancora - sotto le ali del ricordo:



nel settembre del 1937 antonin artaud venne arrestato a dublino, dov`era andato per restituire agli irlandesi il bastone di san patrizio. espulso come

<`il re delle due sicilie`, abbreviato nell`uso in `le due sicilie`, era il nome di un reggimento di ulani dell`esercito austroungarico> scrive sciascia in un`appassionata recensione a questo romanzo

Diffidare dei cartelli segnaletici: è la prima regola da osservare. Perché ogni ritratto di Arbasino si moltiplica in altri ritratti, in altre imprevedibili storie. O, come nel caso di Nicolson, il figlio di Vita Sackville-West, in un frenetico dramma che sconvolge quattro coniugi, otto suoceri e "parecchie zie cattive" – e che solo "un delirio dei Fratelli Marx sull’Orient Express" potrebbe eguagliare. Si aggiungano le scintillanti ‘trascritture’ teatrali e musicali, le conversazioni à batons rompus, gli ‘affondi’ critici che valgono un libro e le irresistibili scorribande fra i ‘santini’ nostrani: incluso De Amicis, còlto a Costantinopoli in un bagno turco: "Cioè, praticamente, ecco Al Pacino in Cruising".

luogo deputato a radunare "le deiezioni dell`anima", il diario e` il piu` degradato, il piu` "gloriosamente abietto" dei generi: ma in landolfi, ha scritto manganelli, subisce una radicale metamorfosi. anziche` catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un`invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un "perituro istante" e il tempo risulta annullato; anziche` documento privato, diventa, nella sua instabile tessitura di temi, rifiuto di se`. mutevolmente, in "des mois"- terzo pannello dopo "la bie`re du pe`cheur" e "rien va" - landolfi trascorre infatti dalla particolare coloritura delle immagini di sogno, irriproducibili dalla parola, alla segreta fraternita` con una gatta (i gatti sono per lui i soli animali che conoscano la noia umana, quella legata al vuoto, al "tempo senza fondo"); dal conflitto tra la "lusinga dei miei vizi" (cioe` il richiamo della vita) e la mediocrita` borghese (cioe` l`abiezione) allo stile, che nei grandi scrittori e` distanza, capacita` di considerare frasi e parole meri strumenti e non gia` "sacri arredi" dal naturale stato di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita liberta` al rapporto con i figli, che, usciti dal "malevolo nulla", lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra "una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanita` di qualsiasi affettuoso intervento". centro di questo simulato e veritiero diario e` del resto - sono ancora parole di manganelli - "il sacrilegio, la violazione, la violenza per diniego, la clandestina e blasfema celebrazione di una irreparabile impurita`, una fessura che ferisce il mondo da parte a parte, e ne annuncia la vocazione catastrofica".

meno di cento chilometri in linea d`aria separavano le colline del kent dalle fiandre, e i corni della caccia alla volpe avevano un suono sinistro, contro il rombo dei bombardamenti a tappeto intorno a ypres, o sulla somme. durante un attacco dell`artiglieria tedesca, il 20 luglio 1916, robert graves fu ferito cosi` gravemente da comparire, in un primo momento, sulla lista dei caduti con onore, beninteso che il "times" pubblicava ogni giorno. in realta` graves torno` su un treno ospedale alla stazione di wimbledon, e qualche tempo dopo si riprese dalle ferite, per quanto atroci: ma la notte sentiva esplodere granate intorno al letto, scambiava i passanti per amici perduti al fronte, e se sentiva partire una macchina, o sbattere una porta, si gettava a terra. e cosi`, a poco a poco, quei cento chilometri scarsi fra il te` del pomeriggio e i cadaveri lasciati a decomporsi nella terra di nessuno diventarono, per graves come per gli altri scampati al massacro, un abisso capace di inghiottire per sempre, in un orrore senza nome, il mondo di ieri. che nel 1929, prima di lasciare un`inghilterra in cui non avrebbe potuto piu` vivere, graves ricostrui` per un`ultima volta in questo libro il piu` nitido, struggente e indimenticabile atto di commiato che le trincee d`europa abbiano costretto un poeta a scrivere. con una nota di ottavio fatica.

"scrivevo poesie serie, tragiche" ha detto nel 1991 zbigniew herbert in un`intervista, paradossalmente deplorando l`abolizione della censura seguita alla caduta del muro. "adesso scrivo sul mio corpo, sulla malattia, sulla perdita del pudore". in questa nuova atmosfera lirica, infatti, il poeta i cui versi iosif brodskij aveva definito come "una nitida figura geometrica... incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale" (versi, aggiungeva, che il lettore si ritrova "marchiati a fuoco nella mente con la loro glaciale lucidita`") - ebbene, quello stesso poeta che era stato cosi` discreto, cosi` poco incline a parlare di se`, lascia spazio alle confessioni intime di un io che abita ormai "sull`orlo del nulla" e ci consegna una sorta di testamento spirituale. rimane, certo, il suo tono, quella "miscela di ironia, disperazione ed equilibrio" che gia` incantava brodskij; e rimangono i temi che sempre sono stati al centro della sua ricerca espressiva: la memoria come vicinanza al passato e alla tradizione, l`azione corrosiva del tempo, il viaggio come fonte di ispirazione: ma accanto a questi c`e` ora la stoica accettazione della sofferenza fisica e psicologica, accompagnata dalla gratitudine (cosi` si legge nelle esserne composizioni di breviario) per tutta "questa cianfrusaglia della vita" (e soprattutto, scrive, "per le pasticche di sonnifero dai melodiosi nomi di ninfe romane") - una vita che si lascia, tuttavia, con il "cuore pieno di rimpianto".

"questa non e` una storia dell`india. di quel paese, quando salpai alla sua volta, sapevo all`incirca quanto ricordavo dagli anni di scuola: che c`era stato un ammutinamento, per esempio, e che a vederlo sulla carta somigliava un po` a un cervino capovolto; rosa, perche` lo governavamo noi". intorno alla meta` degli anni venti, senza alcuna preparazione e nemmeno una vaga idea di quello che lo aspetta - unico requisito richiesto, oltre alla cittadinanza inglese, era la somiglianza con il vichingo olaf, personaggio leggendario di un romanzo di rider haggard -, il giovane ackerley decide di partire per l`india, accettando di rivestire l`improbabile ruolo di segretario privato del maharaja di chhokrapur: invisibile staterello che oggi sara` vano cercare sulle carte, "posto che sia mai esistito". infantile, lussurioso, ossessivo, smanioso di assoluto e occidentalista all`estremo, sua altezza assillera` ackerley con le domande piu` impensate e sulle questioni piu` insondabili, non ottenendo nient`altro che una serie di evasive risposte, ma trovando quello che forse, in fondo, cercava: un amico. degli incontri giornalieri con il maharaja e con gli altri non meno irresistibili personaggi che frequentano la sua corte e` fatto questo libro: piu` che un diario di viaggio, un`esilarante e indimenticabile commedia di costume, e insieme una preziosa testimonianza involontaria sull`india al tramonto della colonizzazione.

"gray diceva che chiunque poteva scrivere un buon libro, ed era semplicemente la storia della sua vita" recita la lettera di stendhal in epigrafe a questo libro. "per le strade della vergine" e` proprio questo: `semplicemente` la storia della vita di ceronetti fra il gennaio 1988 e il luglio 1996. uno zibaldone, "per chi sa quali futuri lettori", che raccoglie viaggi, incontri, ossessioni, amori, lutti, sogni, letture, malattie, amicizie illustri, riflessioni liriche e scene di vita quotidiana, divagazioni oniriche e cronache minuziose. un itinerario che restituisce il ritratto di uno dei protagonisti della cultura italiana nella sua irriducibile peculiarita`.

nel caso di sciascia, che rivendicava il diritto di essere "saggista nel racconto e narratore nel saggio", le etichette, si sa, funzionano male, mostrano tutti i loro limiti: saggistica e fiction, anzitutto. ma anche all`interno di una categoria in apparenza inscalfibile come quella qui utilizzata per il sottotitolo, i conti alla fine non tornano, e il cartellino, pur necessario, appare riduttivo. perche` la sorprendente vastita` delle letture di sciascia (sono qui radunati interventi sul furioso di ariosto e l`ulisse di joyce, su e.m. forster e lawrence durrell, su ivo andric e calvino, su montale e bufalino, per non citarne che alcuni), ma soprattutto la mobilita` del suo pensiero e l`incrollabile certezza che la letteratura puo` decifrare la realta` fanno si` che ogni saggio sia un luogo della liberta`, un porto franco dell`intelligenza, una scena sulla quale si materializzano figure, temi, tempi del tutto imprevedibili e che ci portano molto lontano da dove eravamo partiti.

pochi personaggi hanno scatenato l`acredine e il sarcasmo dell`ingegnere quanto ugo foscolo ("mi fa imbestialire" ha confessato in una lettera) : tanto che nel 1958 non ha esitato a fustigarlo in una virulenta, irresistibile "farsa" a tre voci andata in onda sul terzo programma della radio. le tre voci sono quelle della stolida e giuliva donna quirina frinelli, imbevuta delle auree riflessioni dell`amica professoressa gambini; del reboante e didattico manfredo bodoni tacchi, sfegatato ammiratore del poeta; e, infine, dell`insolente e sguaiato carlo de` linguagi, implacabile accusatore del basetta, colpevole ai suoi occhi - nonche` a quelli di gadda - di cialtroneria, istrionismo, virilita` scenica ed esasperato narcisismo: "vantarsi del pelo... e` un`opinione da parrucchiere" sibila a proposito dell`"irsuto petto" del sonetto-autoritratto. e, quel che e` piu` grave, responsabile di un "macchinoso ed inutile vocabolario", di una "sequenza d`imagini ritenute greche e marmorine", di versi traboccanti di "vergini" e simili a sciarade, nonche` di veri e propri strafalcioni. ma a ben vedere "ii guerriero" e` molto piu` di un divertissement: giacche` gli esilaranti attacchi sferrati alla gipsoteca e marmoteca foscoliana e all`epos di bonaparte, il nano, altro non sono che l`impetuosa denuncia di una monolingua incapace, nella sua "lindura faraonizzata" di dar conto della realta` - e della fasulla poesia dei vati, cui spetta il compito di mascherare il volto della sopraffazione e della violenza.

un disegno storico della letteratura italiana secondo croce? nulla gli sarebbe stato piu` estraneo. "la `storia della letteratura italiana` quale per mio conto l`intendo" scrive nell`avvertenza a poesia popolare e poesia d`arte (1933) "e` l`indagine, la discussione e lo schiarimento di quei punti, quegli autori e opere, della nostra letteratura, che reputo finora non abbastanza, a mio senso, schiariti": di necessita`, una suite di saggi e monografie, dedicati all`analisi di cio` che caratterizza il singolo artista. cosi`, quella che qui si offre e` piuttosto un`antologia di quanto croce, nell`arco di sessant`anni circa di attivita`, ha scritto in materia di letteratura italiana, dalle origini sino al novecento. e scopriremo, percorrendola, che croce non ha trascurato alcuno dei suoi momenti principali, tornando spesso su taluni argomenti, magari per correggersi; che da vero pioniere si e` occupato di temi poco frequentati e ha divulgato innumerevoli testi inediti o minori; ma soprattutto che a lui si deve un vastissimo, originale patrimonio di analisi, idee e giudizi storico-letterari, insostituibile fondamento per gli studi. un patrimonio che oggi - liberi da profili, panorami, lineamenti e quadri storici della letteratura - possiamo finalmente ritrovare, assaporando una scrittura che rappresenta, sono parole di gianfranco contini, "la massima prosa non d`arte, prosa insieme democratica e controllata, per di piu` ricchissima d`invenzione terminologica, di quella che egli chiamava la nuova italia".

come il diario in versi "viola di morte" (1972), anche "il tradimento", che ne e` "grave e terribile seguito", sembra alimentato dal furore e dalla rabbia, quasi che scrivere colmasse in landolfi - sono parole di citati -"una tremenda voragine esistenziale, che torna a riaprirsi alla fine di ogni poesia, piu` angosciosa di prima. ora i suoi versi ci rivelano l`immediato scatto dei nervi: ora tendono alla scansione nuda dell`epigramma e dell`aforisma. non volano mai, non cantano mai, non corteggiano mai le grazie dell`immagine e della musica". e la ragione e` chiara, lacerante: ugualmente allettato dal versante "selvoso" della prosa e da quello "brullo", "spoglio" della poesia, landolfi si sente ormai, da entrambi, ugualmente respinto.

in questa quinta tappa del viaggio di louis ginzberg attraverso la tradizione ebraica, in margine alla bibbia, prosegue e si conclude l`epopea di mose`, tormentato e persino ritroso intermediario fra cielo e terra, ma anche audace condottiero in quel deserto fitto di insidie in cui i figli di israele errano (nel duplice senso del termine) per quaranta, lunghi anni. sono pagine ricche di eventi, in vertiginosa oscillazione tra vette e bassure: la montagna in cima alla quale il profeta parla con dio - e da lui riceve la legge - e il fondovalle dove gli ebrei attendono, divisi tra fervorosa attesa e cupo sconforto; la costruzione del tabernacolo e dell`arca santa, suggello del patto tra dio e il suo popolo, e la trasgressione in cui quest`ultimo puntualmente cade, come nell`emblematico episodio dell`adorazione del vitello d`oro. una dinamica fra meriti e colpe, castighi e retribuzioni scandita da un susseguirsi di immagini nitide, ora struggenti ora crudeli, fino al culmine lacerante della morte del protagonista. via via privato dal signore dell`ispirazione profetica e incapace ormai di comprendere le parole della legge, mose` cerca almeno di stornare da se` la tremenda condanna di non poter calpestare la terra promessa. invano: la potra` scorgere soltanto di lontano, dalla cima del monte in cui dio lo porta a morire, ma in quell`istante essa sara` tutta e solo per il suo sguardo.

"dalla a di gianni agnelli alla z di federico zeri, alcune decine di conversazioni, interviste, dialoghi, e magari anche chiacchiere, con illustri contemporanei quali roberto longhi, aldo palazzeschi, giovanni comisso, mario soldati, cesare brandi, federico fellini, luciano anceschi, luchino visconti, alberto moravia. e notevolissimi coetanei, o quasi - da calvino e testori e pasolini, a parise e manganelli e berio -, coi quali ci si ripromettevano lunghe polemiche anziane davanti a un bel camino acceso, con vino rosso e castagne e magari cognac. invece, la storia giro` diversamente. e cosi`, oltre ad alcuni coetanei vitali e viventi, eccoci qui con care e bizzarre memorie evidentemente prenatali: dossi, tessa, puccini, d`annunzio, e la mia concittadina vogherese carolina invernizio, nonna o bisnonna di mezza italia letteraria." (alberto arbasino)

chi e` l`uomo, assente e impenetrabile, che alla domanda "chi sei?" dei settanta rabbini appositamente convenuti a nyesheve dalle grandi citta` della polonia russa e della galizia risponde solo, con voce remota: "non lo so"? il sensibile, delicato nahum, genero dell`onnipotente rabbi melech ed esperto di qabbalah, tornato pressoche` irriconoscibile a nyesheve dopo quindici anni di un misterioso errare? o, come invece sostengono i nemici di rabbi melech, il piu` miserabile e deriso dei mendicanti di bialogura, yoshe il tonto, che per placare una spaventosa epidemia e` stato unito in matrimonio a zivyah, la figlia idiota dello scaccino? e un asceta, un santo, degno di succedere all`ormai anziano rabbino di nyesheve e di guidare i hassidim, o un peccatore, uno spergiuro? mai la comunita` ebraica e` stata tanto lacerata e divisa - al punto da istituire un tribunale che risolva il caso -, mai ha conosciuto una cosi` sanguinosa faida, quasi che le sue sorti fossero appese all`esile filo di una vacillante identita` e di un incomprensibile vagabondare. e mai come in quest`uomo l`impossibilita` di decidere del proprio destino, l`esilio - da se stessi, anzitutto -, l`angosciosa ricerca di una patria inesistente hanno trovato una piu` arcana, struggente, memorabile incarnazione.

"aurore d`autunno" - tra le piu` alte espressioni poetiche del novecento - e` un libro semplice: giunto alla soglia dei settant`anni, stevens medita in pentametri giambici sulla propria vita, sulla poesia e, di fronte allo spettacolo incandescente della natura, accusa il fallimento dell`immaginazione. "le aurore d`autunno" scrive nel novembre 1950 al suo agente letterario parigino "sono le notti di primo autunno, che a volte a hartford hanno lo stesso riverbero dell`aurora boreale". e la loro "effulgescenza artica" impone un nuovo registro linguistico: abbandonato il tono sublime, il vecchio poeta lascia che affiorino parole semplici, piane. e una vera e propria svolta mistica, che ci rivela uno stevens insolito, fortemente antiapocalittico, incline piuttosto all`immanenza, a un appassionato rapporto con la terra: l`uomo e` colto nel suo habitat naturale che e` fatto di tempo atmosferico, e se alza gli occhi al cielo non vi vede nessun dio, nessuna traccia. piuttosto, nel riverbero della luce boreale, le cose appaiono di una solitudine cosmica, e lo sguardo si abitua a un`assenza di rivelazione. e qui il punto di svolta antiromantica, antimetafisica delle aurore. l`autunno non e` la stagione keatsiana della bellezza e della ricchezza dolce e matura: verso la fine della vita, la realta` appare piu` povera di desiderio, piu` priva di speranza - e percio` piu` vera. in questo senso stevens e`, piu` di eliot e di pound, il poeta dell`epoca moderna.

scritte da due persone sofferte, lacerate, sempre a rischio, ma anche colte, brillanti, geniali, scritte di getto, telegrafiche o piu` spesso lunghe e a volte lunghissime, riprese nel corso dei giorni, ininterrotte nel corso di un trentennio, attraverso citta`, stati, continenti (da un quartiere all`altro di new york come da una sponda all`altra dell`atlantico, da boston a key west, da firenze a washington, da rio al maine), le lettere di questo epistolario tra gli ultimi due grandi poeti americani sono debordanti di vita, allegre e atroci, piene di notizie e umori, pregne d`idee e pettegolezzi, alimentate da argomenti poetici, politici, economici, arricchite di veri e propri racconti. e amore a prima vista, e amore impossibile: per le crisi maniacali di lui, per le tendenze sessuali di lei. l`ala della follia, dell`alcolismo, del suicidio stende un velo d`ombra sui loro passi. eppure amore e`. tutto congiurerebbe a separarli: l`eterno vagabondare dell`ulisside elizabeth, donna dai molti percorsi, i suoi soggiorni prolungati nei paesi piu` lontani, le sue disavventure sentimentali, spesso tragiche; l`eterno battagliare con genitori, consorti, amanti, amici e soprattutto, sempre sconfitto, con se stesso dell`achilleo cal, ultimo puritano dolorosamente innamorato di dioniso. e invece nulla intacca mai davvero il loro legame: quella liberta` segreta che hanno gli amanti innerva un`amicizia a briglia sciolta, dal tono cospiratorio, che non ha riscontro in altri grandi sodalizi artistici.

sono cresciuti nelle strade di brooklyn, i tre fratelli rico; e li` hanno cominciato, ciascuno a modo suo, a lavorare per l`" organizzazione ": tony, il minore, si limita a guidare le macchine, gino e` diventato un killer e eddie, il maggiore, un piccolo boss di provincia. eddie vive in florida, ha una bella casa, una bella moglie, tre belle figlie. ha il controllo di un intero settore, dove tutti lo rispettano, dai gestori di sale da gioco agli sceriffi. e soddisfatto della sua vita, ed e` certo di essersela meritata. e non gli e` mai importato, neanche da ragazzino, che gli avessero affibbiato quel soprannome vagamente sprezzante, il ragioniere. perche` eddie ha sempre fatto bene i suoi conti, non ha mai parlato troppo ne` ha mai mirato troppo in alto: ha sempre rigato dritto, insomma. tutti lo sanno: i suoi capi come i suoi fratelli. cosi`, quando gli dicono che il fratello minore ha sgarrato, perche` si e` sposato senza chiedere il permesso e, dopo aver partecipato a un sanguinoso regolamento di conti, e` scomparso dalla circolazione, e si sospetta che abbia deciso di collaborare con la polizia, eddie non esita un istante a mettersi in viaggio per cercarlo. loro gli hanno detto di suggerire a tony di cambiare aria per un po`, di andarsene in europa, dai parenti siciliani. e lui ci ha creduto. in ogni caso, ha deciso di crederci. anche se non puo` non sapere che loro lo stanno seguendo, e che il destino di tony e` segnato.

"come shakespeare seppe essere amleto e king lear essendo prima di tutto shakespeare, come balzac seppe essere il pe`re goriot e euge`nie grandet, essendo prima di tutto balzac," scrive tabucchi "cosi` fernando pessoa e` in primo luogo quel fernando pessoa che firma le sue poesie con il proprio nome, ammesso che tale `io` coincida con il reale fernando pessoa anagraficamente inteso". di "fernando pessoa-lui stesso", o dell`ortonimo, questo volume intende offrire un compiuto, ampio ritratto, cogliendo alcune delle sue molteplici sfaccettature: dal poeta avanguardista al mistico ed esoterico, dal poeta elegiaco ma sempre concettuale al satirico che irride il tiranno salazar, fino al poeta civile e "indignato" che guarda alla patria prostituita con rabbia e dolore. e di nuovo la letteratura, per pessoa, e` la "dimostrazione che una vita non basta" -, non potremo che rimanere stupiti per la sua vertiginosa, spiazzante novita`: "ah, canta, canta senza motivo! / cio` che in me sente sta pensando" si legge nella "mietitrice", del 1924, dove l`interazione tra l`emozione e la ratio sembra echeggiare empedocle e spinoza - e insieme anticipare le scoperte della moderna neurologia. del resto, come scrive ancora tabucchi, "nel `cuore di tenebra` che e` l`umano sentire, misterioso, profondo, che appartiene ai precordi, pessoa, come tutti i grandi poeti, fonda la sua poesia".

in "giovinezza", in "lord jim" e in "cuore di tenebra" charles marlow aveva raccontato le vicende di personaggi annientati dall`incontro con il destino. ma in questo libro joseph conrad gli affida un compito ancora piu` delicato, e per molti versi estremo: raccontare direttamente il destino, o meglio il puro e semplice caso, una forza "assolutamente irresistibile, per quanto si manifesti spesso in forme delicate, quali ad esempio il fascino, reale o illusorio, di un essere umano". "il caso" e` la storia di flora de barral, giovanissima figlia di un banchiere rovinato dalla speculazione (dopo avere a sua volta rovinato migliaia di investitori): finendo in carcere questi fa della ragazza una diseredata, senza altro diritto che la compassione. ed e` la storia di come questa creatura esile, silenziosa e ostinata lotti per resistere all`"infatuazione del mondo", e alle attenzioni "di persone buone, stupide, coscienziose". di come la devozione di un uomo, il capitano anthony, le sembri all`improvviso una salvezza possibile. di quello che un lungo viaggio in mare puo` nascondere, e un matrimonio puo` rivelare. e della tragedia cui tutto cio`, inevitabilmente, conduce. eppure "il caso" e` anche un romanzo felice, che per la prima volta conquisto` a conrad schiere di lettori entusiasti: uscito nel 1913, fu il suo unico vero successo popolare.

sindbad era lo pseudonimo sotto il quale si celava il narratore ungherese gyula krudy, dandy tenebroso, personaggio leggendario della bohe`me letteraria di budapest del primo novecento, celebre autore di numerose novelle e romanzi. marai lo considerava suo maestro, e lo amo` a tal punto che non solo gli dedico` un gran numero di scritti e citazioni sparse, ma ne fece anche il protagonista di questo libro. dove, in una mattina di maggio, sindbad esce dalla sua abitazione nel sobborgo di obuda con l`intenzione, una volta tanto, di tornare presto e provvisto di denaro e regali per la figlia e la moglie, la donna che "aveva portato nella vita di sindbad, che stava diventando vecchio, tutto cio` che per cinquantacinque anni il marinaio aveva cercato invano negli ambienti dei caffe`, delle stanze riservate ai giocatori di carte, delle bettole impregnate dell`odore di salnitro". ma dopo aver ceduto alla tentazione di salire su una carrozza pubblica - una delle ultime -, i buoni propositi cominciano impercettibilmente a svaporare, perche` "nel rollio di quelle vecchie carrozze a due cavalli di pest, con le loro molle rotte, c`era ancora qualcosa che ricordava il ritmo fluttuante e oscillante dell`altra vita", il mondo dell`ungheria di un tempo. e come in sogno, lasciandosi scivolare in una morbida flanerie, sindbad rivisita quel mondo scomparso vagabondando e indugiando nei luoghi che ancora ne conservano le tracce: dal bagno turco, dove "occidente e oriente si confondevano nella nebbia bollente", ai caffe`...

all`era dei pirati della finanza e dell`industria, degli imperi economici costruiti sui campi di battaglia e` succeduto lo scenario desolante degli anni trenta: la borsa in caduta libera, la crisi, la disoccupazione, e "tutti quegli scandali ignobili, quei processi, quei tracolli privi di grandezza"... come molti della sua generazione, christophe bohun non ha ne` ambizioni, ne` speranze, ne` desideri, ne` nostalgie. e un modesto impiegato nell`azienda che suo padre, il bohun dell`acciaio, il bohun del petrolio, e` stato costretto, dopo un clamoroso fallimento, ad abbandonare nelle mani del socio. si lascia svogliatamente amare da una moglie di irritante perfezione e da una cugina da sempre innamorata di lui. "e la pedina" annota la ne`mirovsky sulla minuta del romanzo "che viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tremila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita". alla morte del padre, pero`, christophe trova in un cassetto, bene in evidenza, una busta sigillata: dentro, un elenco di parlamentari, giornalisti, banchieri a cui, nel tentativo di evitare il crac, il vecchio bohun aveva elargito somme ingenti affinche` spingessero il governo ad accelerare i preparativi bellici. riuscira` questo bruciante retaggio, questa potenziale arma di ricatto, e di riscatto, a scuotere christophe dal suo "cupo torpore"? difficile trovare un romanzo cosi` puntualmente applicabile a temi e fatti di ottant`anni dopo.

"c`e` un`esultanza fortissima, una celebrazione della fortuna, quando uno scrittore e` testimone degli albori di una cultura che si definisce da se`, ramo dopo ramo, foglia dopo foglia..." scrive walcott parlando dei caraibi, e di uomini e donne che "non leggono ma sono li` per essere letti, e se vengono letti nel modo giusto creano la propria letteratura". non stupisce allora che egli consideri scrittori fratelli saint-john perse, aime` ce`saire e patrick chamoiseau. ma il suo sguardo valica i confini dei caraibi, per abbracciare un orizzonte ben piu` ampio: da philip larkin, che "ha inventato una musa, il cui nome era mediocrita`", a ted hughes, che con la sua poesia "ringhia come una bestia braccata", a robert frost, dalla "saggezza invernale", a les murray, che in virtu` della sua "forza irsuta" sembra uscito da "una scena di mad max", a iosif brodskij, immerso nel "caos" della trasformazione che ogni poeta attraversa quando traduce se stesso. e a dispetto dell`eterogeneita` degli oggetti su cui walcott si sofferma, questa raccolta si fissa nella nostra mente come un`unica, folgorante immagine: merito, certamente, di una scrittura cosi` intensa da rischiare a ogni riga di frammentarsi in lirica.

jules gue`rec - quarant`anni, celibe, proprietario di due pescherecci - e` sempre vissuto nella cittadina bretone in cui e` nato, nella casa adiacente all`emporio che la sua famiglia gestisce da generazioni, nello stesso odore "di catrame, cordami, caffe`, cannella e acquavite", insieme alle due sorelle rimaste nubili, che lo accudiscono con una sollecitudine benigna, occhiuta e possessiva. a loro gue`rec deve rendere conto di come spende ogni centesimo. persino quando gli capita di andare a quimper, e di non resistere alla tentazione di tornare in quella certa strada dove un paio di signore "arrivate da parigi" passeggiano "gettando agli uomini sguardi provocanti", il pensiero di come fara` a giustificare i cinquanta franchi mancanti gli rovina il piacere. sono loro, le sorelle, a sorvegliare tutto, a provvedere a tutto. anche quella volta che lui, da giovanotto, ha messa incinta una ragazza, e` stata celine - che delle due e` la piu` penetrante e la piu` spiccia, e che afferma di conoscere il fratello come fosse un figlio suo - a prendere in mano la situazione. una notte, pero`, gue`rec, senza quasi accorgersene, sara` la causa di un evento tragico, le cui paradossali conseguenze potrebbero forse spingerlo a uscire dal bozzolo soffocante, ma anche tiepido e rassicurante, dei legami familiari.

"la mia anima, come una nave nella burrasca, e` trascinata verso ignoti abissi": quando jean-luc daguerne scoprira` dentro di se` "quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore" che ha sempre negato e represso, sapra` anche che non riuscira` mai a soddisfarli. lui, che per tutta la vita non ha sognato altro se non di "afferrare il mondo a piene mani", soprattutto quello vicino al potere, e che per riuscirci ha messo incinta la figlia di un ricco banchiere, costringendo cosi` il padre a dargliela in moglie; lui, che ha accettato di essere umiliato, di mentire, di adulare, di fare il doppio gioco, che ha inaridito il proprio cuore perche` potesse affrontare senza fremere "un mondo di imbroglioni e di sgualdrine": ebbene, proprio lui si trovera` di fronte all`impossibilita` di farsi amare dall`unica creatura che abbia amato in vita sua, dall`unica donna nelle cui braccia abbia sentito riemergere in se`, fino a soffocarne, la sua fragilita` di bambino. allora non gli importera` piu` niente della sua carriera politica, ne` del successo tanto rabbiosamente cercato. e si chiedera` che senso abbia avuto tutto quel lottare ansimante per sottrarsi a un destino di miseria, per intrufolarsi negli ambienti giusti, per avere in mano le carte vincenti. alla fine, il patto faustiano si rivela una beffa, e il successo che, "da lontano, ha la bellezza del sogno, allorche` si trasferisce su un piano di realta` appare sordido e meschino".

nel 1966, in procinto di lasciare la svizzera per manchester, sebald mette in valigia i libri di tre scrittori destinati a segnare per sempre la rotta dei suoi incessanti viaggi letterari. per questo, piu` di trent`anni dopo, sente di dover rendere a gottfried keller, johann peter hebel e robert walser un personale tributo, assecondando ancora una volta "quello strano disturbo del comportamento che costringe a trasformare tutti i sentimenti in parole scritte e che, pur mirando alla vita, riesce sempre con sorprendente precisione a mancare il centro". in realta`, nel seguire in queste "note marginali d`una certa ampiezza" le tracce dei suoi autori prediletti - cui negli anni si sono aggiunti rousseau e morike -, sebald indaga le derive compulsive della scrittura, che finiscono per rendere chi ne e` colpito il piu` inguaribile tra i "malati di pensiero". ne riconosciamo gli effetti sul filosofo francese il quale, pur ravvisando "nell`uomo pensante un animale degenerato", arriva a prendere appunti persino sulle carte da gioco; su walser, che conduce una silenziosa battaglia contro la folle grandiosita` del suo tempo e compone in una grafia sempre piu` minuta, ai limiti del visibile, i leggendari "microgrammi"; e cosi` su keller, hebel, mo`rike, la cui arte assomiglia al tentativo di esorcizzare, quasi fosse una maledizione, "il nero garbuglio che minaccia di prendere il sopravvento".

e il 1974 e il settantenne vadim vadimovic, scrittore incluso nella rosa dei candidati al nobel, ripercorre la propria vita con cruda sincerita`. nato a pietroburgo in una famiglia aristocratica, vive un`infanzia solitaria e infelice che e` all`origine di inquietanti turbe psichiche. quando scoppia la rivoluzione bolscevica fugge avventurosamente all`estero e ripara in inghilterra; piu` tardi, in francia, ha inizio la sua carriera di letterato, illustrata con esilaranti notazioni. arrogante e asociale, sbrigativo nei rapporti sentimentali, assillato dalla sensazione che la sua esistenza sia la parodia di quella di un altro, si sposa indotto solo da impulsi erotici, indulge a tradimenti con disinvolte fanciulle, prova torbide attrazioni per adolescenti impuberi, e mentre insegna svogliato in una detestabile universita` della provincia americana vede acuirsi i suoi disordini mentali. dovra` arrivare alle soglie della vecchiaia per incontrare la vera eroina del libro, una giovane donna il cui nome restera` segreto - perche` solo cosi` si preservano le cose preziose della vita. tutt` altro che segreta e` invece la vera identita` di vadim vadimovic n., il narratore, che subito si rivela una caricaturale rappresentazione del suo artefice: o meglio, del volgare fraintendimento della sua personalita` generato da certa critica, incline a descriverlo come autoreferenziale, ossessionato dai doppi, dai personaggi marionetta che adombrano la mano del burattinaio.

"vedi," dice la nonna alla nipote, immaginando di prenderla per mano e condurla attraverso vasti campi in cui vengono bruciate le stoppie "sono i falo` dell`autunno, che purificano la terra e la preparano per nuove sementi". ma the`re`se e` giovane, non ha la saggezza della nonna: ancora non sa che prima di poter ritrovare bernard, l`uomo che ama da sempre, a cui ha dedicato la vita intera, le tocchera` attraversare con pena e con fatica quei vasti campi, e subire le dolorose devastazioni provocate da quegli incendi. perche` bernard, l`adolescente intrepido, impaziente di dar prova del proprio coraggio, partito volontario nel 1914, e` tornato dalla guerra cinico e disincantato: quattro anni al fronte l`hanno trasformato in uno sciacallo, uno che non crede piu` a niente, che aspira solo a diventare ricco, molto ricco - e che per farlo si rotolera` nel fango della parigi cosmopolita del dopoguerra, in quella palude dove sguazza la canaglia dei politicanti, dei profittatori, degli speculatori. alla dolce, alla fedele e innamorata the`re`se, e ai figli che ha avuto da lei, preferira` sempre il letto della sua amante e lo scintillio dei salotti parigini. ci vorranno la fine delle grandiose illusioni della belle epoque, la rovina finanziaria, e poi un`altra guerra, la prigionia, la morte del primogenito, perche` bernard ritrovi la sua anima: la cenere degli anni perduti servira` a purificare il terreno per una vita diversa.

ci sono prosatori che proprio nelle lettere raggiungono una sorta di perfezione assoluta: riuscendo, nel breve volgere di una frase, a toccare vertici di bellezza e di intensita`. che la campo sia uno di essi lo hanno dimostrato le "lettere a mita" e "caro bul": e ne e` una conferma questo terzo pannello dell`epistolario, che raccoglie le lettere scritte agli amici del periodo fiorentino (e ad alcuni altri che a questi si riallacciano). nel 1956 cristina e` costretta ad abbandonare firenze per roma; e gli anni romani saranno costantemente segnati dal ricordo struggente di quel giardino incantato che era la cerchia degli "amici d`infanzia": piero draghi, anna bonetti, giorgio orelli, mario luzi. a tutti loro scrive dal suo "esilio" parole di nostalgico affetto ("c`e` con voialtri, nell`aria, odore di latte"), ma il piu` rimpianto e` senza dubbio gianfranco draghi, quel gian che guarda ai suoi stessi "fari" (i piu` luminosi: hofmannsthal e simone weil), lo scrittore e il poeta di cui ammira sia la personalita` sia l`opera, l`amico che "conosce sempre, sottilmente, il disegno del tempo, e trova la parola magica da incidervi". a lui una cristina ancora dolente per una pena d`amore chiede di assicurarle "che la felicita` esiste", ma anche di impegnarsi a favore di danilo dolci; con lui parla di roma, che va scoprendo con meraviglia, delle sue letture, dei suoi momenti bui e dell`importanza della loro amicizia nella sua vita.

"la grande novita` di questo romanzo, il cui titolo rappresentava gia` di per se` una sfida, era il fatto che nelle sue pagine si diceva: ho paura". cosi` scriveva l`autore presentando, a vent`anni di distanza dalla sua uscita, una nuova edizione dell`opera "infamante" che nel 1939, alla vigilia di un`altra guerra, era stata pudicamente ritirata dalle librerie. eppure, se "la paura" e` un libro unico, diverso da tutti quelli pubblicati a caldo per denunciare la barbarie della prima guerra mondiale, non e` solo a causa dell`insolenza con cui da` voce a cio` che a detta di molti andrebbe taciuto: lo e` anche, e soprattutto, per la forza visionaria della scrittura. fin dalle prime pagine, infatti, si resta sbalorditi di fronte all`efficacia di chevallier, il quale (accompagnando il suo alter ego dal tragicomico "carnevale" dell`arruolamento all`impatto con i campi di battaglia, dal lungo ricovero in ospedale al ritorno al fronte, fino al lugubre silenzio che sembra avvolgere la terra intera dopo il "cessate il fuoco!") sa coniugare con mano saldissima la verita` impietosa della testimonianza con la forza affabulatrice del romanzo. e riesce a farci percepire, quasi fisicamente, l`orrore, lo sgomento e la disperazione; a farci vedere l`"esplosione di luce irreale" dei razzi, i cadaveri dilaniati, il "labirinto silenzioso e desolato delle trincee"; a farci condividere la cocciuta voglia di vivere e l`ossessiva paura di morire di tutti.

"il vino della solitudine" e` il piu` autobiografico e il piu` personale dei romanzi di irene ne`mirovsky: la quale, pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l`elenco delle sue opere sul retro del quaderno di "suite francese", accanto a questo titolo scriveva: "di irene ne`mirovsky per irene ne`mirovsky". non sara` difficile, in effetti, riconoscere nella piccola he`le`ne, che siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre, la stessa irene; e nella bella donna che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da parigi in quella noiosa cittadina dell`impero russo - e trascura una figlia poco amata per il giovane cugino, oggetto invece di una furente passione - quella fanny ne`mirovsky che ha fatto dell`infanzia di irene un deserto senza amore. he`le`ne detesta la madre con tutte le sue forze, al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell`amata istitutrice, "con una vaga speranza omicida". verra` un giorno, pero`, in cui la madre comincera` a invecchiare, e he`le`ne avra` diciott`anni: accadra` a parigi, dove la famiglia si e` stabilita dopo la guerra e la rivoluzione di ottobre e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della russia e della finlandia, durante la quale l`adolescente ha avuto per la prima volta "la consapevolezza del suo potere di donna". allora sembrera` giunto alfine per lei il momento della vendetta. ma he`le`ne non e` sua madre - e forse scegliera` una strada diversa: quella di una solitudine "aspra e inebriante".

nella nona decade della sua vita, alle soglie del nuovo millennio, czeslaw milosz decide di raccontare il suo novecento. comincia allora a rovistare nei cassetti della memoria e ne trae figure, luoghi, fenomeni: un fulgido mosaico di vicende proprie e altrui che spaziano da un continente all`altro, da un`epoca all`altra, delineando una personalissima enciclopedia del secolo appena trascorso, un alfabeto di ricordi e riflessioni sulla civilta` occidentale. ma, come sempre, la memorialistica di milosz scaturisce non gia` dall`impulso a eternare se` e il proprio vissuto, bensi` dall`esigenza di testimoniare, anzi di perpetuare il mondo, meraviglioso e terribile. milosz rinuncia cosi` al ruolo di protagonista per assumere quello di regista, chiamando in scena grandi attori e piccole comparse, mosso dal duplice intento di " salvare " tutto cio` che in un modo o nell`altro ha avuto un ruolo nella sua vita, e di riflettere sul proprio tempo. non stupisce quindi che accanto a medaglioni imprescindibili per un grande intellettuale - come quelli su rimbaud, schopenhauer, whitman, dostoevskij o baudelaire - compaiano riflessioni sulla pittura di edward hopper, sull`alchimia o sul buddhismo; che "la fine del capitalismo" o "la stupidita` dell`occidente " si specchino nei lemmi dedicati al mondo russo-sovietico; che i commenti sulla " spietatezza " o sulla " blasfemia ", sul " pregiudizio " o sulle " lettere anonime " stemperino le loro note amare nel fascino di paesaggi nordici o mediterranei.

la forma del pamphlet si addiceva a john maynard keynes, autore per lo piu` di interventi brevi e spesso polemici, nei quali combatteva le opinioni prevalenti ed esplorava nuovi punti di vista. era sostanzialmente un lungo pamphlet "le conseguenze economiche della pace", il libro con cui nel 1919 aveva preso le distanze dalla "follia" del trattato di versailles, sostenendo profeticamente che avrebbe provocato una nuova guerra "a confronto della quale sarebbero apparsi trascurabili gli orrori di quella appena finita". e sarebbe stato un lungo pamphlet la stessa "teoria generale dell`occupazione, dell`interesse e della moneta", con cui nel 1936 avrebbe rovesciato le dottrine invalse e trasformato per sempre la teoria economica. per questo i saggi qui radunati propongono keynes nella sua forma migliore e piu` stimolante. scritti fra il 1923 e il 1942, nascono dall`insofferenza di un uomo di genio per le idee correnti, dalla sua ricerca di vie non ancora battute, e costituiscono insieme lo sfondo culturale e la premessa della rivoluzione che si attuera` con la "teoria generale". keynes vi affronta le contraddizioni di fondo del capitalismo, che per `funzionare` deve magnificare uno dei grandi vizi dell`uomo, l``auri sacra fames`, l`avidita` di denaro` riferisce cio` che ha visto nella russia comunista, di cui analizza con precisione la forza e le debolezze; coglie il tramonto del laissez-faire.

"a pasqualino, perche` aveva sei anni e ogni mattina portava giu` l`immondizia, al pescatore monco, perche` ammansiva il mare, a santo strato, perche` proteggeva il palazzo e i malati": a loro ma`rai dedica il suo "romanzo napoletano", ambientato nella citta` dove visse dal `48 al `52, prima di partire per gli stati uniti. a formare il vasto coro, lacero e sgargiante, che commenta la vicenda intorno a cui e` costruito il libro sono gli uomini, le donne e i bambini della citta`, con la loro miseria, il loro lerciume, la loro fatica di vivere e il loro orgoglio ancestrale di aristocratici; e le interminabili chiacchiere, le liti che scoppiano furibonde, teatrali, ritualizzate, da una finestra all`altra, i lutti non meno teatrali e urlati, i santi arcigni e polverosi dentro le teche di vetro - con la loro umanita` piagata e ghignante. un intero popolo che, fra tutte le possibilita`, crede che "la piu` verosimile" sia il miracolo. un giorno, dalle parti di capo posillipo, vanno ad abitare due stranieri, un uomo e una donna (inglesi? polacchi?): displaced persons, cosi` li definiscono le autorita`, profughi. anche loro, almeno per un po`, crederanno che li` possa avvenire il miracolo. ma durante una violenta tromba d`aria si verifichera` un evento che avra` il senso di una delusione assoluta, di una sconfitta inappellabile, poiche` sancira` l`impossibilita` di credere che ci sia un futuro per chi, in quanto esule, ha perso la propria identita`.