
tre eccezionali firme - galiani, lorenzi e paisiello -, portarono nell`ottobre del 1775 sul palcoscenico del teatro nuovo una famosa commedia in musica, il "socrate immaginario". una napoli intelligente che trova nella grazia e nella follia del sorriso la sua chiave di interpretazione del mondo, riuscendo con lo sbuffo di una risata amara a rasciugare il tragico dalle sue lacrime e a restituirgli echi forse ancor piu` struggenti. con i "prolegomeni al socrate immaginario", e un altrettanto acuto esercizio d`ironia, roberto de simone propone la sua rilettura dell`opera originale. nasce cosi` un testo che e` surreale luogo narrativo in cui due opere teatrali, con antica intelligenza napoletana, conversano tra loro in un`armonia quasi alchemica.

la canzone napoletana studiata e raccontata non nei suoi aspetti folcloristici piu` standardizzati, ma come mito che affonda negli archetipi musicali piu` antichi, come sonorita` rimosse dalla memoria e affioranti dove meno te l`aspetti: in un mercatino domenicale dove si vendono dischi di prima della guerra o nel negozio di un barbiere cantante che conserva tradizioni perse nei secoli. roberto de simone ci conduce in una ricerca che diventa inventario di testi e musiche, ma anche racconto di personaggi, di luoghi, di rappresentazioni popolari devote e profane. sempre nei libri di de simone alto e basso, popolare e colto si intrecciano indissolubilmente; cosi` avviene anche in questo libro, che insieme al saggio sul presepe napoletano e` forse il suo capolavoro, la summa delle sue ricerche e della sua antropologia culturale. dunque nelle pagine della canzone napolitana l`arte canterina di un anonimo venditore ambulante e la raffinata poesia di salvatore di giacomo vanno a braccetto fra loro, come i melodrammi di rossini e donizetti e la performance di tre femminelli in processione a un santuario. l`alternanza fra capitoli di rigorosa musicologia e altri di spericolata narrazione e` piu` apparente che reale, perche` nei capitoli storico-musicali si insinua la fiction (come in un bellissimo colloquio immaginario fra torquato tasso e monteverdi) e nelle narrazioni c`e` molta filologia (peraltro le partiture delle canzoni sono raccolte in fondo al volume). attraverso la trattazione storica e il racconto, de simone delinea un genere musicale ma tratteggia anche il ritratto della sua citta`: una napoli cangiante nei secoli eppure sempre se stessa. un collage di sovrapposizioni (splendidamente rappresentate in un parallelo visivo dalle illustrazioni di gennaro vallifuoco, antico sodale di de simone) legato da un filo rosso che arriva fino alla seconda guerra mondiale e, attraverso le testimonianze piu` resistenti ai cambiamenti della modernita`, a saperle trovare e ascolta

nel labirintico gioco rappresentativo di frammenti storici, di elementi mitici, ritualistici e tradizionali, di segmenti del nostro tempo, drammatici corpi di antica dolenza, di rimandi all`attuale vivere senza memoria. nel settecento napoli e` la capitale del regno borbonico: una citta` famosa che non riesce ne` a risolvere i suoi problemi di vita sociale, ne` a diventare il fulcro della vita culturale italiana; una citta` ferma al giovedi` santo, in attesa di risorgere.

"quando cominciai a pensare alla gatta cenerentola pensai spontaneamente ad un melodramma: un melodramma nuovo e antico nello stesso tempo come nuove e antiche sono le favole nel momento in cui si raccontano. un melodramma come favola dove si canta per parlare e si parla per cantare o come favola di un melodramma dove tutti capiscono anche cio` che non si capisce solo a parole. e allora quali parole da rivestire di suoni o suoni da rivestire di parole magari senza parole? quelle di un modo di parlare diverso da quello usato per vendere carne in scatola e percio` quelle di un mondo diverso dove tutte le lingue sono una una e le parole e le frasi sono le esperienze di una storia di paure, di amore e di odio, di violenze fatte e subite allo stesso modo da tutti. quelle di un altro modo di parlare, non con la grammatica e il vocabolario, ma con gli oggetti del lavoro di tutti i giorni, con i gesti ripetuti dalle stesse persone per mille anni cosi` come nascere, fare l`amore, morire, nel senso di una gioia, di una paura, di una maledizione, di una fatica o di un gioco come il sole e la luna fanno, hanno fatto e faranno".